Ada Negri, una poetessa lodigiana

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I LUOGHI CARI AD ADA NEGRI

Immagine di un bosco della campagna lodigiana

PIAZZA DI SAN FRANCESCO

Piazza di San Francesco in Lodi da “Maternità"(1904)

Se de la patria il giovanile e fresco disio sale al mio cor come un incenso, tutta bianca nel sole io ti ripenso, piazza di San Francesco

Cresce fra le tue pietre, o solitaria, tranquilla l'erba come in cimitero. - Sole e silenzio. _ Un passo - un tremar nero d'ali fendenti l'aria.

Ed eran quel silenzio e quella pace che in te bevevo a sorsi larghi e puri; e il bacio amavo su' tuoi vecchi muri de l'edera tenace.

L'antico tempio, presso l'ospedale, svolgea sue linee semplici e divine. Per due bifore in alto, snelle e fine, rideva il ciel d'opale.

L'antico tempio avea canti e colori d'una soavita' che ancor mi trema dentro. - O speranze, o poesia suprema degli anni miei migliori!...

Gravi note de l'organo, salenti agli archi de le volte longobarde, su l'alte mura tremolar di tarde stelle e fluir di venti!...

Come un suggello mistico al pensiero da voi mi venne - e forse ho sempre amate per voi le grigie case abbandonate ove dorme il mistero,

i muschi densi a pie' de l'erme, i quieti cortili pieni di sole e di verde, i portici dei chiostri ove si perde l'anima dei poeti;

i tristi luoghi ruinanti in pace ove sol parla il soffio de le cose, dei sogni morti e del morte rose, e tutto il resto tace.

Il "tempio antico" torna nei ricordi della poetessa in questa lirica del volume intitolato Maternità (1904), nel quale é fonte d'ispirazione la vicenda da lei stessa vissuta con la nascita di Bianca - di cui descrive, ne L'acquazzone l'abbandono fiducioso nelle braccia materne - e di Vittorina, la secondogenita strappata agli affetti terreni dopo solo un mese di vita.

Il tempio visitato per la preghiera negli anni della fanciullezza é rivisto dalla piazza di San Francesco, "tutta bianca nel sole", e il ricordo della citta' natale si fa intenso e struggente, salendo dalle ombre del passato come un incenso che avviluppa il cuore. Sole e silenzio si fondono come d'incanto nella piazza solitaria, in una magia che ricostruisce, nel sogno, momenti di vita ben noti alla poetessa, che conosceva i fremiti della speranza e dell'amore ma anche l'attrattiva del buio, quando l'anima si sente smarrita per il dolore e il mistero che incombono sui di noi. Il silenzio della piazza deserta era però, ormai fonte di pace bevuta "a sorsi larghi e puri", in un sentimento d'amore che avvolgeva ogni cosa, dai vecchi muri all'edera tenace, che li proteggeva come in un tenero abbraccio.

Lo sguardo e i ricordi isolano però ancora una volta, accanto all'ospedale, l'antico tempio e le "linee semplici e divine" abbellite dal sorriso del sole, attraverso le due bifore. Sull'onda dei ricordi la poetessa entra nella penombra delle navate per risentire i canti e le voci della preghiera, cioè la poesia suprema gustata negli anni più belli dell'esistenza, vivi, in lei, ormai solo nel ricordo e nel rimpianto. Gli "archi de le volte longobarde" ripropongono, come in misteriosa eco, melodie di suprema gravità e dolcezza, e, al di fuori del tempio, le ombre del vespro richiamano il tremolio delle stelle e il soffio accorato della brezza, che prelude all'oscurità della notte.

All'intorno povere e grigie case recano su di sé il segno dell'abbandono e di un segreto impenetrabile e inespresso, custodito dal silenzio dei secoli. Ancor più intenso e inafferrabile e' il mistero dei chiostri, lungo i portici ampi e avvolti nel silenzio violato solo dal "soffio de le cose / dei sogni morti e de le morte rose", mentre all'intorno "tutto il resto tace".

TORNO A QUEI DI' (Da Vespertina)

“Torno a quei dì, rivivo il sogno antico nella piazza deserta. e' pur quell'erba fra pietra e pietra; e quel silenzio , intorno; e a destra e a manca, quelle strette vie piene di sole, ov'io spiavo dalle chiuse pusterle - un lampo era negli occhi-, maraviglie di chiostri e di giardini. Dal vano delle due bifore ancora sorride il cielo con pupille azzurre sulla facciata del mio San Francesco: sguardo di bimbo in tormentato volto di vegliardo che tutto a me perdona. S'entro nel tempio, presso la cappella dei Fissiraga rivedrò la panca dov'io conobbi i rapimenti primi della preghiera; e tra la pinta selva delle colonne cerchero' la mia Madonna, quella che adorai, che mia soltanto fu, che nel ricordo augusta sempre mantenni, come la' sul plinto: chiusa in un manto d'ermellino, bianca imperatrice al divin Figlio serva. Ma non entro. Non oso. Ai piedi l'erba crescere ascolto fra le pietre; e attendo no so quale miracolo, che desti in me l'adolescente addormentata. Forse, piccola, rapida, col bruno scialletto a frange, con la quadra faccia pronta al sorriso, verso me, nel sole, verrà mia madre. Mi dirà: "non sai ch'é festa? Vieni, figlia: andiamo ai vespri." Sì mamma: andiamo. Il nostro dolce tempo non é passato. Tu sei viva. Il mio corpo ancora no sa d'essere un corpo, come il virgulto ancor non sa qual fiore celi. Non feci il male, non commise il male altri per me, nessuno il piede mi calcò sopra l'anima, che illusa s'era, per lui, di gioia. Non é vero che adesso é tardi, che non basta ormai quel pò d'anni o di giorni a rifar l'opra che fu dispersa, a rimediar l'errore che fu compiuto, a richiamar chi fugge. Andiamo ai vespri. Della mia sì dura alla sua pena, sì tenace al giogo che a se stessa costrinse, infausta vita, nulla voglio rimanga in questa terra. Solo la mia fanciullezza, sulla soglia della mia chiesa: e tu, mamma: e nel cuore segreto il germogliar della speranza.” Fra i canti del tramonto spicca Vespertina, poemetto lirico che illumina, con la dolcezza dei ricordi, gli anni trascorsi, per affrontare con animo sereno e pacato le ombre dell'ultima età. Il motivo dominante di questa poesia del vespro sta nella frase d'inizio della lirica che si ispira ancora una volta alla piazza di San Francesco in Lodi: "Torno a quei dì". Rivivendo il sogno antico, la poetessa si ritrova nel luogo più amato sin dall'adolescenza, in un silenzio che dà vita anche all'erba tra pietra e pietra, e con gli occhi rivolti alla facciata del tempio, baciata dal sorriso del cielo. Il vano delle bifore accende la fantasia, che vede nell'intreccio delle linee messaggi di creature vive, cioè uno "sguardo di bimbo in tormentato volto / di vegliardo che tutto a me perdona". La poetessa immagina di varcare la soglia del tempio e di prendere posto nella panca, nel luogo stesso ove si era espresso, nell'adolescenza, l'anelito della sua preghiera. Avrebbe anche cercato, fra la selva delle colonne, la Madonna dell'ermellino, chiusa nel suo manto, "bianca / imperatrice al divin Figlio serva". Reggendo con gesto materno il bimbo divino, la Vergine effigiata nel tempio era stata, per la poetessa, il simbolo dei fiumi d'amore di cui la maternità é fonte, e, a distanza di anni, viveva nel ricordo come segno indelebile dei sentimenti più vivi dell'anima: "cercherò la mia / Madonna, quella che adorai, che mia / soltanto fu, che nel ricordo augusta/ sempre mantenni, come là sul plinto". L'assalto dei ricordi trattine la poetessa sulla soglia del tempio, nella speranza di un miracolo che forse si sarebbe compiuto, se, avvolta nel sole, piccola e rapida, le fosse venuta incontro la madre, per accompagnarla al canto dei vespri, in quel giorno di festa. Il ricordo della Madre di Dio si fonde, dunque, con quello della creatura immensamente amata, immagine del "dolce tempo", vissuto in tenerezza e scambio d'affetti. Con la madre la poetessa vuole un incontro perfetto dei cuori, per essere accolta e capita, dopo tempeste e naufragi. "non feci il male, non commise / il male altri per me", ella esclama, protesa in un sogno di innocenza che la vita di ogni creatura può riferire quasi solo alla prima età. Questo é, infatti, il sentimento con cui sarà, con la madre, al rito del vespro. Errori e colpe possono sparire, risucchiati nel gorgo del tempo. Rimangono, sulla soglia del tempio, solo la poetessa bambina e la madre, a ricostruire l'incanto dell'innocenza e dell'amore più grande di tutta la terra. LA PIAZZA DEL DUOMO (Da VESPERTINA )

Immagine di un bosco della campagna lodigiana

La piazza del Duomo, con i leoni di pietra a guardia della cattedrale, protetta dal campanile un po’ tozzo, è stupenda di vita nei mesi di prima estate, quando il mercato dei bozzoli la riempie di splendidi cumuli d’oro e d’argento, e brulicano sotto i portici e dinanzi alla chiesa i robusti fittabili della Bassa, con grande gesticolare, gran moto e odore e rumore d’umanità in faccende. Piazza Broletto, dietro il duomo, ne guarda l’abside austera, ornata in alto da mensole e piccoli archi di cotto, così belli che cantano da sé le lodi del Signore.

Chiese, chiese: quante!

Per riposare; per sognare, per pregare.

Quando fu chiusa ai fedeli quella che ebbe per nome Santa Maria dello Spasimo? Tutti vanno all’Incoronata. L’incoronata è uno scrigno del Bramante, nell’interno del quale maestose figure di Madonne e di santi vivono su pareti rivestite d’oro.

L’Incoronata è tutta d’oro; ma il tempio di San Francesco, povero, nudo, vigila serenità d’un corridoio di convento: via delle Orfane è là, irta di sassi, gialla di calce e di sole, con le mute ombre ritte sulle porticine claustrali, a guardia di tombe che una sola creatura conosce. Altre ed altre strade, gravi di storici nomi, Gaffurio, Fissiraga, Porta Reale, mostrano file di palazzi che sembrano, da secoli, deserti; e non v’è sagoma di pietra o chioma d’orto spiovente da un muro o singolarità di luci e d’ombre che non sia già, per la fanciulla, vita nella vita”