Un'arruffata
rivoluzionaria
di Guido Piovene
Chi ha Conosciuto Ada Negri negli ultimi anni, ha conosciuto anche l'ultima
fase della sua poesia. Essa viveva segregata, nella sua casa in via dei Mille
a Milano, secondo l'ultimo ideale che aveva assegnato a se stessa, l'ascetico-monacale.
Ogni sua parola, ogni gesto, anche il suo aspetto fisico, trovavano un'immediata
corrispondenza nei suoi versi. Non intendo, solo per questo, di diminuirla,
e affermare che i suoi scritti fossero privi di un valore oggettivo. Solo che,
nei casi maggiori, i rapporti tra la persona di un artista e la sua poetica
sono più interni, più sfuggenti, mai ostentati, mai ovvi; si svolgono segretamente
mediante un gioco che non ci è possibile cogliere: e non si potrà mai dedurre
i versi dalla persona, senza tema d'errore, come una facile equazione. Nella
Negri, la cui educazione era estetistica, il gioco si svolgeva in superficie, direi sotto gli occhi di tutti. Tale
la sua persona, tale lo scritto: parole e gesti passavano in modo immediato,
diretto, senza segreti, nella sua versificazione. Vita e poesia partecipavano
d'una costante, eguale poeticità.
La sua attività letteraria ebbe tre fasi: una arruffata, così detta rivoluzionaria,
della sua giovinezza: una intermedia, passionale senza essere più sociale: l'ultima,
meditativa, nella quale raggiunse decoro e dignità di scrittrice.
Non si insidierebbe così soltanto la sua arte (che
forse è tutta discutibile, e che rimase in fondo sempre la stessa), ma la
sua ragione umana: quella che le attira il rispetto, e unica forse vale in
lei: e che consiste in un progresso costante, in cui non si sa distinguere
la persona dalla scrittrice, verso una piena dignità di vita e insieme di
scrittura, vincendo le resistenze di un'indole per qualche lato refrattaria.
La sua poesia può non piacere, in parte ed anche interamente: la costruzione
di se stessa, ch'essa fece in molti anni con grande lavoro e fatica, va rispettata,
perché è degna. Non sarebbe equo scrivere di Ada Negri senza tenere soprattutto
presente quella costruzione umana, il suo tenace affinamento. Qui bisogna
guardare, se vogliamo capirla e renderle il dovuto onore: non in questo o
in quel gruppo di versi, isolato dal resto, e specialmente non nei suoi primi
versi nei quali quell'affinamento non è ancora iniziato.
Se noi prendiamo infatti i libri della prima fase (Fatalità, 1892; Tempeste.
1895; Maternità, 1904; Dal profondo, 1910; Esilio, 1914) senza pensare a quello
che venne più tardi, cercando in essi soltanto le prove assolute di una vocazione
poetica, probabilmente resteremmo) delusi nella nostra ricerca. La moda di
quella poesia umanitaria e rivoltosa che si chiamava allora "poesia socialista',
poté rendere accetti quei versi al tempo in cui furono scritti. Oggi noi li
sentiamo strettamente legati ad una biografia di ragazzina povera, esasperata
alla vista dei ricchi; che cresceva stonata, "livida di superbia", come scrisse
di sé, e da questo era indotta a farsi un idolo della propria persona, in
quanto era inasprita e stonata. Il sentirsi sensibile alle sciagure dei suoi
simili, o alle bellezze naturali, serviva soltanto ad accrescere in lei il
sentimento confuso di un privilegio conculcato. È abbastanza comune che un
amor proprio forte e vendicativo venga scambiato in chi lo nutre per un diritto
alla poesia. La così detta "poesia sociale" di Ada Negri non è dunque altro
che un curioso complesso di immaginazioni erotiche, violente o pseudo-ascetiche,
in cui la scrittrice esalta l'unico idolo, se stessa, in figure e in gesti
dell'iconografia rivoluzionaria di allora. Per esempio, nella figura della
ribelle e della madre. Se, come ribelle, scrive: "Ella sentiva di esser sacra",
divenuta madre dirà nel suo inno alle madri: "Urne d'amore, in alto su l'uomo
e la fredda scienza, come su altare, le pone del germe l'inconscia potenza".
Bisogna soffermarsi un attimo su questi libri della Negri, per quanto siano
negativi, perché vi si può conoscere la qualità della sua opera, quasi la
sua materia prima.
Dicendo che sono legati alla biografia
della Negri, non si deve intendere che siano libri autobiografici. Più che
autobiografia, sono infatti uno sfogo. Si sente che la scrittrice, pure parlando
di sé stessa, non lo fa con chiarezza, né a vantaggio della chiarezza. Non
mira a chiarire le proprie passioni, ma a farsene meglio agitare, a credervi
e a soggiacervi. Sceglie come mezzo il verso, perché è il mezzo più adatto
a parlare di sé in modo grande ed esaltato. Tende non alla lirica, bensì a
una narrativa versificata, che però non raggiunge, restando ad una narrazione
confusa del personaggio oscuro della scrittrice idoleggiato in atteggiamenti
violenti. L'ipoteca dannunziana, e qualche volta pascoliana, è pesante. La
parola, il ritmo, l'immagine, saggiati nella loro qualità intima, non hanno
nulla d'inventivo. La metafora, questa pietra di paragone d'ogni poesia, perché
dal grado d'invenzione della metafora si scopre la misura di un poeta, le
è pressoché negata. In tutta la sua opera, non v'è un paragone poetico, o
in qualche modo originale. Per citare un esempio, quand'essa illustra il grido
della ribelle, scrive che dev'essere "come popoli che irrompe a la battaglia,
come fiamma che incendia la boscaglia".
Una delle figure, in cui Ada Negri si compiacque di vedere e amare se stessa,
fu la figura dell'Attrice. Non le faremo torto, anche perché questo è evidente,
dicendo che in quella figura si trova la sua spiegazione più chiara, la chiave
della sua poesia. La stessa figura di rivoluzionaria esaltata, in cui si specchiò
nella sua produzione giovanile, non era in fondo che una parte assegnatale
dall'attrice. Questo significa che la spinta della sua arte era un esplicito,
vistoso amore verso se medesima; questo spiega perché poesia e persona fisica,
fossero in lei così confuse, obbedendo alla stessa legge, e perché ogni sua
immaginazione poetica in lei fosse non solo accompagnata sia un gesto, ma
tutta compresa in un gesto. Non si potrà fargliene colpa, pensando a quel
tempo estetistico e quanta parte di un D'Annunzio (oltre alla qualità poetica
sia appunto amor proprio, gesto, recitazione di se stesso. La figura della
rivoluzionaria non poteva essere perciò destinata a durare sul teatro dell'arte
di Ada Negri: dipendeva dalla giovinezza, dalla condizione sociale, dal pubblico
a cui si volgeva, e da altre cose come queste. Così, il passaggio alla seconda
fase della sua arte, che fu detto "borghese", e in cui essa abbandona la primitiva
ispirazione sociale, avviene con naturalezza, senza che in fondo nulla muti.
Già durante la giovinezza, in una poesia nella quale immagina di avere avuto
molte vite diverse, la Negri si esalta in quattro figure: la rivoltosa caduta
nell'insurrezione, la zingara, la monaca: più, naturalmente, l'attrice. Il
repertorio dei motivi della sua recitazione è già fissato in precedenza: non
vi saranno più sorprese. La fase "borghese" della sua arte, costituita da
due libri, 11 libro di Mara (1919) e 1 canti dell'isola (1925), segna così
il passaggio dalla figura della rivoluzionaria a quella della monaca; e la
figura della zingara riflette bene le difficoltà e ritrosie del suo adattamento
alla vita borghese che l'aveva accolta. Sarebbe troppo facile mostrare la
convenienza, e direi la promiscuità, di certi atteggiamenti zingareschi (come,
del resto, genericamente ribelli nel ricco ambiente d'industriali che la Negri
sembrò prediligere dopo essersi affermata come scrittrice. E sarebbe ingiusto
isolare quella singola fase della sua opera poetica, com'era ingiusto isolare
la precedente, per giudicare una scrittrice, che vale solo nel complesso e
nell'esito di una costruzione di sé protrattasi tutta la vita. In realtà quei
due libri sono il prodotto di un costume, e di un costume milanese negli anni
dopo la guerra. Nell'opera di Ada Negri, sono quelli in cui l'influenza dannunziana
è più forte. D'Annunzio giunse a Milano in ritardo. Quando la poesia fu in
fiore, la società milanese gli resistette per la sua indole un po' sorda,
per il suo spirito pratico, e per le tradizioni sentimentali della sua arte.
Un poeta che, come si diceva allora, "non ha abbastanza sentimento", non poteva
piacere a una società d'industriali, per di più manzoniani. Arrivò invece
dopo, con l'esplosione sessuale del dopo guerra, quando nel tempo stesso i
critici constatavano sulle pagine del Notturno ch'egli si era'" umanizzato',
e le gazzette parrocchiali parlavano della sua conversione. auspice San Francesco.
Si chiamò Guido da Verona, Giuseppe Brunati del Quaresimale e dell'Oriente
veneziano, e per la parte più innocente Ada Negri: formando un gusto che ancora
oggi ha i suoi epigoni, uno dei quali, ed è il più torbido, viene appunto
chiamato "il D'Annunzio del Verziere". Era un dannunzianesimo quale doveva
sorgere in una città di affari, inclinata al piacere, alle mense copiose e
ai sollievi sentimentali. Alla poesia si richiedeva di essere dannunziana
ma sostanziosa; e non fatta di nulla, che sarebbe parsa una truffa, ma nutritiva,
ricca di ingredienti grevi, di sentimenti e di passioni, pregna di eccitazione
erotiche, oppure di atteggiamenti palpabilmente elevati e spirituali: o d'una
cosa e dell'altra, che non guastava. Alla parte migliore di queste richieste
venivano incontro opere come il libro di Mara, in cui è gestita e declamata
la vistosa disperazione dalla quale è agitata "la donna dai foschi capelli
selvaggi" perché è morto il suo amante. Ognuna di quelle poesie sembra scritta
privatamente ad un partito di signore che, trovando paurosa e volgare l'erotica
daveroniana, ne rifuggivano almeno temporaneamente, indirizzandosi al polo
spirituale, per trovare nei versi elevazioni facili, consolazioni vanitose.
La terza fase della poesia di Ada Negri, testimoniata da due libri, Vespertina
(1931) e 11 Dono (1936), è certamente la migliore. L'ispirazione è monacale-ascetica;
temi: la solitudine, il distacco, la morte. Saremmo cattivi amici della verità
(in questo) caso del resto troppo evidente se affermassimo che nella poesia
della Negri vi è qualche cosa di sostanzialmente mutato come spinta morale,
O che essa dipenda in modo meno stretto dalle vicende dell'età e del costume.
Accettare la Negri come poetessa "religiosa" più di quanto non sia stato giusto
accettarla come poetessa "sociale", sarebbe, io credo, un atto di irriverenza
non solo per la religione, ma anche per la sua memoria. Come monaca, essa
appartiene alla confraternita fondata da Eleonora Duse. Anche quest'ultima
fase della sua poesia è tutta tramata di gesti: "Ed io bacio le lagrime /
che spremi, O vite giovane, e vorrei / piangere sempre come piangi tu". La
formula dei suoi cornponimenti è sempre quella. Essa compie una specie di
nobile pellegrinaggio, soffermandosi innanzi a tutti gli aspetti del mondo
(la luna, le rose, i pini) e recitando per ciascuno alcuni pensieri in versi
genericamente elevati, e con finale sentenzioso. Ma il suo progresso letterario,
se non proprio poetico, in questi libri è indiscutibile: e la raggiunta dignità
letteraria, la sua riflessiva quiete, sembra riflettersi a sua volta sulla
scrittrice nel complesso, nella qualità stessa della sua recitazione umana.
Si ha l'esempio in lei di una vita che si è costruita, ed è giunta così all'equilibrio
e all'armonia, mediante l'esercizio devoto della letteratura; questo è, nella
Negri, il fatto che conta di più; ed è certamente un omaggio ai poteri dell'arte
coltivata con abnegazione. Era l'effetto dell'età più tranquilla; era soprattutto
l'effetto del costume letterario mutato, di quella legge di decoro che la
"Ronda " non solo diffuse, ma quasi impose, nella nostra letteratura. la Negri,
a suo modo, subì la "Ronda e ne trasportò le esigenze su quella chiave milanese
che abbiamo visto parlando del dannunzianesimo.
Essa ne derivò una specie di vantaggiosa timidezza di fronte alla propria
penna, una preoccupazione, qualche volta un po' ansiosa, della bella scrittura,
un timore reverenziale delle macchie e delle cadute. Divenne un anello intermedio
tra il Suo dannunzianesimo ritardatario e don Cesare Angelini. Bisogna però
aggiungere che fra tutti coloro che furono coinvolti in quel dannunzianesimo,
non esci usi alcuni più giovani, soltanto la Negri riuscì a trarsi fuori del
pantano, e a sopravvivere a un costume ormai divenuto ridicolo Essa è anche
l'unica di cui si possa oggi parlare con limitazioni critiche certo non trascurabili,
ma con la sicurezza che sia giusto parlarne come d'un fatto letterario, in
riviste quali "Poesia", mentre gli altri che furono nel passato simili a lei
rimanevano fermi, uscivano dalla letteratura, si trasformavano in macchiette.
Occorre infatti ricordare che, fuori della sua attività di scrittrice di componimenti
in versi, ma in stretto rapporto con essa, la Negri ottenne frutti più sicuri
in prosa: che non sarebbero stati forse possibili, senza il grande lavoro
di raffinamento, rinuncia, e quasi disintossicazione, compiuto nella poesia.
La Negri scrisse alcuni libri di prosa poetica, quali Stella mattutina (1921)
Di giorno in giorno (1933), Erba sul sagrato (1939). Nel primo, libro autobiografico
della sua infanzia e giovinezza, già ci aveva mostrato la sua abilità di schizzare
poeticamente alcune figurette umane, le quali prendono vita per brevi istanti,
e Scompaiono Subito, ringhiottite dall'auto biografia. Più tardi riuscì a
isolare questi momenti di sollievo, in prose brevi e finite in se stesse,
come nel SUO libro migliore: Erba sul sagrato. Sono ritratti di bambini, di
donne, di sconosciuti intravisti per via, d'intonazione cantata, benché in
sordina, e come inteneriti da un desiderio di svolgersi in novelle e in romanzi.
Non lo potranno mai: e anche da questa loro labilità derivano una loro poetica
trepidazione. Non è narrativa perché si sente che la scrittrice si è distaccata
sia se stessa di poco, appena per guardarsi intorno, per fermare un appunto,
e che la sua libertà sarà breve. Vivono, questi ritratti, nella zona intermedia
nella quale si svolge tutta l'opera della Negri, ma non sottostanno più 'ai
bisogni declamatori di una liricità fittizia. Con la loro scrittura diligente,
amorevole, la loro bella e chiara calligrafia di vecchia bambina, queste approssimazioni
poetiche alla narrativa rimangono nella memoria: sono il tentativo più netto
che la Negri ha compiuto di andare di là dal costume, chiedendo anche al futuro
un premio alla sua abnegazione.
L'articolo è tratto dalla Rivista Poesia Crocetti Editori (n.85/95)
La
voce del genio e dell'amore
di Antonia Arslan