LA PESTE NELLA LETTERATURA - La peste di Atene

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Il filosofo greco Tucidide

Lo storico greco Tucidide

La peste di Atene del 430 a.C.

Il primo storico a descrivere accuratamente un'epidemia di peste è il greco Tucidide, che narra gli eventi di Atene durante la guerra del Peloponneso (431-430 a.C.).
L'epidemia si dice sia arrivata dall'Etiopia, e che abbia imperversato in Persia ed in Egitto prima di raggiungere la Grecia. Arriva in un momento critico per il Peloponneso, in quanto imperversa la guerra ed Atene è presa d'assedio, tanto che le proprie condizioni igienico-sanitarie sono molto scarse. Migliaia sono i morti, malgrado l'opera di medici e sacerdoti. Fra le prime vittime vi fu lo stesso Pericle, la cui morte avvenuta nel 429 a.C. privò Atene di una forte guida.
Comunque gli storici moderni, analizzando la descrizione di Tucidide, tendono a credere più probabile che l'epidemia fosse o di vaiolo, o di tifo o di colera.
Le “Storie” (traduzione)
L’opera di T. ricevette dalla tradizione il titolo generico di “Storie” e la suddivisione in 8 libri che coprono quasi tutti la descrizione di tre anni di guerra. La narrazione si collega alle “Storie” di Erodoto (Alicarnasso, Caria 484 a.C. – dopo il 430 a.C.) e va dal 431 a.C. al 411 a.C., racconta quindi della guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta.
Il I libro ha carattere introduttivo. Si apre con l’ Archeologia, nella quale è sintetizzata la storia della Grecia fin dai suoi primi abitatori. Poi T. passa a chiarire il metodo di indagine della sua opera. Infine si occupa degli antefatti che portarono allo scoppio della guerra peloponnesiaca.
Nel II libro inizia la vera e propria narrazione. Vengono descritti i primi tre anni di guerra (431 a.C. – 429 a.C.). Particolare importanza hanno in questo libro l’orazione funebre di Pericle per commemorare i caduti del primo anno di guerra, e la sconvolgente rappresentazione della peste. Il libro si chiude con la morte di Pericle che non era stato rieletto stratego.
Nel III libro (428 a.C. – 426 a.C.) Atene reprime la rivolta popolare di Mitilene e gli Spartani invadono l’Attica per la terza volta.

acropoli di Atene

Ricostruzione dell'acropoli di Atene

Nella narrazione tucididea viene delineata una brutale guerra che sovverte tutti i valori umani. Nel frattempo si apre un nuovo fronte in Sicilia.
Nel IV libro (425 a.C. – 423 a.C.) gli Ateniesi riescono a sbarcare a Pilo e a bloccare un grosso contingente di spartiati nell’isola di Sfacteria. A Brasida, condottiero ingombrante per Sparta, venne affidato il comando di una rischiosa spedizione in Calcidica; così occupa Anfiboli, invano soccorsa dallo stesso T..

Nel V libro (422 a.C. – 416 a.C.) Cleone e Brasida muoiono in battaglia quindi da entrambe le posizioni si mostra un orientamento maggiormente rivolto alla pace. Viene, infatti, stipulata la Pace di Nicia, che, però, durò solo 7 anni (a differenza dei 50 previsti) con frequenti violazioni da parte di entrambi gli schieramenti. L’ultima parte si occupa della repressione della ribelle isola di Melo.

Il VI e il VII libro (415 a.C. – 413 a.C.) parlano della spedizione in Sicilia, partita sotto pessimi auspici a causa della mutilazione delle sacre statue di Hermes.

Il Partenone di Atene

Il Partenone di Atene

Atene corre in aiuto della città di Segesta contro quella di Siracusa, appoggiata invece dagli Spartani. Inizialmente gli Ateniesi sono vittoriosi su tutta la linea, ma a causa dell’invio, da parte di Sparta, del generale Gilippo sono costretti alla sconfitta e ad una disastrosa ritirata: infatti a causa di alcune incomprensioni tra i generali ateniesi Nicia e Demostene, tutti i superstiti vengono catturati e condannati a morte.

L’ VIII libro (413 a.C. – 411 a.C.) si occupa del colpo di stato cosiddetto dei Quattrocento che imponeva un governo oligarchico, poi mitigatosi in quello più moderato dei Cinquemila. Alcibiade viene condannato a morte per la questione delle Erme e Sparta, vincitrice, stipula accordi con i Persiani. La narrazione si interrompe con la rappresentazione dell’equivoca figura del satrapo Tissaferne.

Secondo la tesi di Luciano Canfora, accettata dai più, la fine dell’opera non sarebbe questa, poiché la vera fine sarebbe confluita nell’inizio delle “Elleniche” senofontee. Senofonte, infatti, trovatosi in possesso degli scritti di T., morto improvvisamente, li avrebbe pubblicati all’inizio della sua opera.