Malati di peste sotto cura in un convento
Verso la fine del XIII secolo si arrestò la crescita demografica che fino a quel momento aveva caratterizzato l'Europa ed ebbe inizio una grave crisi economica che si protrasse per circa un secolo e mezzo. Le cause principali di questa depressione, o almeno quelle più appariscenti, furono essenzialmente tre: le pestilenze, le guerre e i mutamenti climatici
Per quanto riguarda il clima, in realtà gli esperti tendono ad escludere che nel periodo considerato si sia verificato un eccessivo raffreddamento rispetto al passato; sembra invece che semplicemente si sia registrato un inaspettato incremento delle precipitazioni, con piogge troppo abbondanti proprio in corrispondenza delle semine autunnali e primaverili e nei periodi immediatamente precedenti il raccolto. Si trattò di un elemento ulteriore che andò ad aggiungersi allo squilibrio già in precedenza creato dalla crescita demografica: la produzione dei terreni, coltivati ancora con tecniche arretrate, non era sufficiente a soddisfare il fabbisogno alimentare di tutta la popolazione.
Per quanto riguarda le guerre, esse portarono
a saccheggi, incendi e devastazioni, oltre a sottrarre uomini alle attività
lavorative e produttive. Mentre nelle epoche precedenti si era trattato
di episodi saltuari che non avevano ostacolato comunque una rapida ripresa,
nel XIV secolo si venne a creare una situazione anomala poiché diverse
regioni europee furono teatro di operazioni militari praticamente senza
sosta. Ad aggravare poi questa situazione critica, proprio in questo periodo
si incominciò a fare frequente ricorso ad eserciti mercenari, in
cui i soldati utilizzavano sistematicamente il saccheggio come strumento
per alimentare ed integrare il loro compenso.
Per quanto riguarda le pestilenze, proprio nel XIV
secolo si registrò la più diffusa e terrificante epidemia
di tutti i tempi che non soltanto provocò con il suo passaggio migliaia
di vittime, ma rimase endemica ricomparendo periodicamente ora in una regione
ora in un'altra anche dopo l'intervallo di tempo compreso tra il 1347 ed
il 1350 durante il quale la peste devastò l'intera Europa, raggiungendo
l'acme in Italia nel 1348.

Medico del 1300: come cura alla peste "prescriveva" l'utilizzo di spezie e erbe profumate
E' impossibile determinare quanti
furono i morti provocati da questa sciagura, ma si può affermare
che mai un contagio aveva provocato tanti danni: mentre in passato era stato
possibile porre rimedio al brusco calo demografico attraverso un abbassamento
dell'età di matrimonio e a nuove nascite, dopo la peste del 1348
il recupero fu ostacolato dal carattere frequente delle epidemie che fecero
la loro ricomparsa a intervalli di circa dieci anni. Chi ha provato a fare
una stima delle vittime ritiene che sia morta una percentuale compresa tra
il trenta e il cinquanta per cento della popolazione.
La peste ebbe origine in oriente, con ogni probabilità in Cina, e
si diffuse con grande rapidità, raggiungendo nella primavera del
1347 la prima città europea: si trattava di Caffa,
La peste, che con ogni probabilità ebbe origine
in Cina, si diffuse con grande rapidità in Crimea, che a quel tempo
era un centro di commercio dei Genovesi. Nell'estate dello stesso anno l'epidemia
aveva già colpito Bisanzio e quasi tutti i porti dell'Europa orientale.
Dalle zone colpite numerose persone cercarono di emigrare e di raggiungere
aree dove fosse possibile sfuggire al contagio, favorendo così inconsapevolmente
la sua diffusione. Ben presto dunque la peste raggiunse i porti occidentali,
in particolare la Sicilia, Genova, Pisa e Venezia, e di qui si diffuse in
tutta l'Europa.
L'Italia fu il paese in cui il morbo si manifestò con maggiore violenza,
lasciando segni indelebili e conseguenze che faranno sentire il loro peso
anche nei secoli successivi, tanto che qualche storico ha avanzato la proposta
di fissare proprio il 1348 come simbolica data della fine del Medioevo.
La paura, la sofferenza e la drammaticità della situazione emergono
in modo chiaro e sconvolgente dai racconti dei cronisti dell'epoca.

Mappa di diffusione della peste 1347 - 52
La prima regione dell'Europa occidentale ad essere colpita dall'epidemia nell'Ottobre 1347 fu la Sicilia. Racconta il francescano Michele da Piazza nella sua Historia Siculorum che a portare il morbo furono dodici galee genovesi che raggiunsero il porto di Messina. Quando i Messinesi intuirono da chi aveva avuto origine il contagio cacciarono le navi, ma ciò non bastò a fermare la peste: da questo momento la morte poteva arrivare improvvisamente. La paura e l'incertezza del domani determinarono un imbarbarimento dei costumi e la moderazione lasciò il campo a comportamenti estremi. Sentimenti come il rispetto e la compassione si affievolirono sempre di più sostituiti da egoismo e timore tanto nei confronti dei vivi quanto nei confronti dei morti. Si cercava di non avere contatti con altre persone che potevano essere infette e numerose città vietarono l'ingresso a chi proveniva da una zona già colpita dalla malattia; tuttavia le numerose eccezioni introdotte a questi divieti non consentirono di evitare i contatti con i malati favorendo il diffondersi dell'epidemia.
Il fatto poi che in una città la peste giungesse dopo essere stata importata da un altro Comune accese una forte conflittualità tra le città non ancora colpite e quelle dove il morbo si era già manifestato e infiammò i rancori che già esistevano. Così un medico di Padova, dove il morbo era stato portato da Venezia, pose in apertura del suo Regime contro la peste questa preghiera: "O tu vera guida, tu che determini ogni cosa di questo mondo! Possa, tu che vivi in eterno, risparmiare gli abitanti di Padova e come loro padre fa' sì che nessuna epidemia abbia a colpirli. Raggiungano esse piuttosto Venezia e le terre dei saraceni …".
Mappa di diffusione della peste 1347-52
Se tra Comuni diversi la situazione era tesa, tra coloro che abitavano in una stessa città le cose non andavano meglio. Il carattere improvviso e letale della malattia e terrore di contrarre il morbo da una persona infetta giustificavano il sentimento di sfiducia nei confronti del prossimo. Gli stessi religiosi, che avrebbero dovuto portare gli estremi conforti a chi stava per morire a causa del morbo, nella maggior parte dei casi, per la paura di infettarsi, non svolgevano il proprio compito e ciò contribuiva ad aggravare la situazione poiché uno dei timori più grandi era proprio quello di morire senza essere riusciti a confessarsi e a ricevere l'estrema unzione.
Racconta il canonico Giovanni da Parma che "molti si confessavano quando erano ancora in salute. Giorno e notte rimanevano esposti sugli altari l'ostia consacrata e l'olio degli infermi. Nessun sacerdote voleva portare il sacramento ad eccezione di quelli che miravano ad una qualche ricompensa. E quasi tutti i frati mendicanti e i sacerdoti di Trento sono morti …". Se anche chi cadeva malato avesse avuto qualche possibilità di riprendersi superando la fase critica della malattia, il suo destino era segnato per il fatto che egli veniva abbandonato da tutti, non soltanto dagli amici, ma addirittura anche dai familiari.
In molte delle opere letterarie che ci parlano del periodo della peste è presente il riferimento al fatto che la moglie non volesse più vedere il marito e addirittura il padre non volesse più avere nulla a che fare con i figli nel caso in cui fossero stati colpiti dalla malattia. Gli ammalati rimanevano abbandonati nelle case da cui arrivavano le invocazioni di aiuto che però rimanevano inascoltate, mentre i parenti più stretti, piangendo, si mantenevano a distanza.
Emblematico è il racconto di Marchionne di Coppo Stefani, cronista fiorentino,che riferisce: "… moltissimi morirono che non fu chi li vedesse, e molti ne morirono di fame, imperocchè come uno si ponea in sul letto malato, quelli di casa sbigottiti gli diceano: < Io vo per lo medico > e serravano pianamente l'uscio da via, e non vi tornavano più. Costui abbandonato dalle persone e poi da cibo, ed accompagnato dalla febbre si venia meno.