LA PESTE NELLA LETTERATURA- La peste nel Decamerone

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affresco del '300

La danza macabra in un affresco del '300

Il decamerone è una raccolta di 100 novelle in prosa, composta nel 1349-53, ma riveduta e corretta negli anni successivi.

Il Boccaccio immagina che nell'estate del 1348, mentre Firenze è sconvolta dalla peste, 7 ragazze e 3 ragazzi s'incontrino nella chiesa di Santa Maria Novella. Le 7 ragazze, che l'autore dichiara realmente esistite, sono chiamate con nomi inventati, anche se esse ricordano i motivi svolti nei romanzi precedenti: l'amante riamata, la donna saggia, l'infelice non corrisposta, ecc. I 3 giovani invece rappresentano 3 aspetti diversi della personalità di Boccaccio: l'amante fortunato, l'infelice tradito e lo spensierato gaudente. L'intenzione dei 10 giovani è quella di lasciare la città e di ritirarsi in un palazzo di campagna, attendendo la fine della peste. Nel frattempo si racconteranno delle novelle.

Nel palazzo trascorrono due settimane, danzando, banchettando, passeggiando ecc. Le novelle non vengono raccontate né il venerdì (in memoria della morte di Cristo) né il sabato (dedicato dalle donne alla cura di sé). La sera dopo cena, ciascuno dei 10 giovani canta una ballata di argomento amoroso. Alla fine delle 2 settimane i giovani tornano a Firenze.

affresco del '300

La peste in un affresco del '300

L'intenzione del Boccaccio è quella di rappresentare una società reale e concreta, varia per istituzioni e costumi, che va dal XI al XIV sec. Non c'è rievocazione del mondo greco-latino.
I personaggi delle novelle sono molteplici: intellettuali, artisti, politici, mercanti, banchieri, maestri artigiani, truffatori e ladri, e per la prima volta trattati in un'opera letteraria, gli umili.
Nel suo insieme il Decamerone è un'opera comica, scritta in un volgare relativamente semplice: i vocaboli sono quelli di uso corrente, ma il periodo è complesso.

L'intenzione del Boccaccio era anche quella di adeguare gli ideali cavallereschi e "cortesi" del mondo feudale alle esigenze della borghesia mercantile, che nella seconda metà del '300 era il ceto più ricco a Firenze. I 10 giovani infatti sono facoltosi, di buon gusto, abituati al lusso, spregiudicati nelle parole ma rispettosi delle leggi del decoro. Tra di loro si comportano "onestamente".
Per il Boccaccio le forze essenziali della vita sono l'amore e la fortuna; i valori fondamentali dell'uomo: ingegno, generosità, cortesia. La sensualità (che determina l'amore terreno) è vista come schietta gioia di vivere, non come passione cupa e degradante.
Nella Ia giornata le novelle sono animate da un tono fortemente satirico contro i vizi dei signori e dei religiosi. Boccaccio considera equivalenti le tre religioni maggiori: ebraismo, cristianesimo e islam. Nella IIa affronta il tema della fortuna, vista come fortuito concatenarsi di vicende avverse o favorevoli, non come strumento della provvidenza divina.

Nella IIIa parla di spregiudicate avventure erotiche (non oscene). Nella IVa e Va parla degli amori felici e infelici. Nella VIa, VIIa e VIIIa parla dell'intelligenza e ingegnosità umana (incluse le beffe fatte dalle donne ai loro mariti). Boccaccio approva l'ironia e la beffa del borghese nei confronti degli stolti, anche se il borghese si avvale di intrighi e di azioni disoneste. L'intelligenza è svincolata dalla morale e dal costume sociale.

La peste influenzò anche opere letterarie di molti autori, per esempio Giovanni Boccaccio. Lo scrittore fiorentino presenta nell’opera "Il Decameron" la situazione nella sua città nel periodo della pestilenza (1348). La descrizione del morbo rispecchia l’ideologia generale: la peste è causata dall’influsso negativo degli astri, o dalla giusta ira di Dio per punizione delle cattive azioni degli uomini; l’epidemia colpisce tutti, indipendentemente dalla classe sociale; la quantità di morti è enorme e la possibilità di salvarsi è minima.

L’unico modo per sopravvivere è abitare in campagna o in altri luoghi isolati, lontano dalla gente, come faranno i protagonisti dell’opera di Boccaccio. In figura, da un manoscritto francese, i giovani ricchi del Decameron di Boccaccio abbandonano la città e le folle malate per rifugiarsi in una villa di campagna. In un certo senso, la peste risparmiava i ricchi, i soli ad avere la possibilità di abbandonare le città per rifugiarsi nelle loro residenze di campagna.