I protagonisti de "I Promessi Sposi"
cambiano soprattutto nel XXXIII capitolo si attuano strani capovolgimenti. La
peste modifica i rapporti tra Don Rodrigo e il Griso: il primo sembra ritrovare,
nel dramma della fine, una coscienza sopita, mentre il suo "fedelissimo"
servitore si rivela in realtà un traditore. Anche Bortolo e Tonio subiscono
un netto cambiamento: il primo rivela un certo egoismo ed il secondo, colpito
dalla peste, assomiglia addirittura al suo fratello Gervaso. Renzo poi sarà
vittima di fraintendomenti e verrà scambiato per untore o per monatto.
Paradossalmente, due personaggi molto diversi tra loro,
Renzo e Don Abbondio, interpretano allo stesso modo la peste come castigo di
Dio, giusta punizione contro i malvagi (Don Rodrigo) che mostravano tracotanza
e disprezzo delle leggi divine. In tal modo essi riducono la provvidenza ad
uno strumento di "giustizia" (Renzo nel XXXV capitolo) o, che è
sostanzialmente lo stesso, ad una "scopa" (Don Abbondio nel XXXVIII).
Viceversa, per Fra Cristoforo, che del resto morirà di peste anche lui
senza certo meritare alcun punizione, essa è "insieme castigo e
misericordia" (cap.XXXV) perché aiuta certo l' uomo a comprendere
il suo limite , ma nel contempo gli offre una straordinaria occasione di conversione
e di riavvicinamento a Dio.

Renzo e Lucia si ritrovano nel lazzaretto
La folla:
Ancora più che in altre occasioni del romanzo, la folla, che le autorità non hanno saputo adeguatamente guidare, è dominata da passioni irrazionali: 1) i pregiudizi superstiziosi che impediscono anche solo di pronunciare la parola "peste"; 2) il malinteso desiderio di giustizia, di trovare e punire i colpevoli della calamità che travolge tutti
Gli intellettuali
L' attività dei dotti (medici e non medici) non
consiste nel tentare di darsi ragione dei fatti, quanto piuttosto nel ricercare
nei testi antichi citazioni di fatti analoghi senza verificarne l' esattezza
o la pertinenza con la situazione attuale. Il loro lavoro è dunque una
pura attività erudita incapace di proporre soluzioni praticabili al presente
disagio. Emblematico al proposito è l' atteggiamento di Don Ferrante.
I Monatti :
Monatto un tempo era il nome dato agli addetti al trasporto
e alla sorveglianza degli appestati. Il termine "monatto" indicava
originariamente nell’Italia settentrionale il becchino. Più tardi
indicò più semplicemente coloro ai quali era affidato il compito
(secondo le parole del Manzoni che nel capitolo 32° dei "Promessi Sposi"
ne fa una celebre descrizione) di "levar dalle case dalle strade dal lazzaretto
gli infermi e governarli; bruciare purgare la roba infetta e sospetta".
Era fatto loro obbligo di portare legato alla caviglia un campanello che avvertisse
i passanti del loro avvicinarsi.
L’origine del nome è incerta: secondo il Manzoni; (il quale riporta anche le opinioni del Ripamonti che lo derivava dal greco "monos" = solo, e di Gaspare Bugatti che si riferiva al latino "monere" = avvertire) l’ipotesi più probabile è che venisse dall’aggettivo tedesco "monatlich" = mensile in quanto gli ingaggi fatti prevalentemente in Svizzera e nei Grigioni avevano per lo più una scadenza mensile.

Renzo e Fra Cristoforo osservano la morte di Don Rodrigo
I Cappuccini:
Quest' ordine religioso, che segue la regola francescana
così come era stata riformata nel 1525 e approvata dal papa Clemente
VII NEL 1528, è ampiamente rappresentato nel romanzo a tutti i livelli,
dai più semplici cappuccini a contatto quotidiano con la gente al padre
provinciale, preoccupato di difendere gli interessi dell' ordine durante il
colloquio con il conte zio.
Nel lazzaretto mostrano la loro potenzialità assumendosi il compito di sostituire l' autorità là dove essa si dimostra impotente. In questo caso Manzoni fa assumere a Padre Felice Casati, che doveva garantire l'ordine nel lazzaretto coadiuvato dal padre Michele Pozzobonelli, i connotati di un condottiero che ricordano quelli con cui era stato presentato l' Innominato.
Federigo Borromeo:
Federigo Borromeo, come si narra nel XXII capitolo, è nato nel 1564 da una delle più illustri famiglie milanesi. Fu nominato sacerdote dal cugino Carlo Borromeo. Improntò la sua vita alla povertà, rifiutando gli agi del suo ceto. Quando divenne arcivescovo di Milano, utilizzò parte dei suoi beni di famiglia e le rendite ecclesiastiche per aiutare i poveri. Si mostrava severo solo con i suoi subordinati rei d' avarizia o di negligenza. Istituì inoltre la biblioteca ambrosiana cui tutti potevano accedere.
Unica ombra in un uomo così ammirabile fu che aderì a opinioni del tempo strane o malfondate (per esempio riguardo le streghe e gli untori). Fu anche autore di innumerevoli scritti, tuttavia dimenticati.
Dimostrò il suo spirito caritatevole
sia in occasione della carestia del 1629 (capitolo XXVIII) sia durante la peste
dell' anno successivo, dimostrando ancora una volta che le istituzioni religiose,
o in generale la solidarietà cosiddetta "privata", assumomo
funzione di supplenza quando i poteri civili sono indeboliti. Egli incitò
i preti ad operare attivamente nella difficile situazione e visitò di
persona gli ammalati nelle case e al lazzaretto, tanto che si stupì anche
lui, alla fine della pestilenza, di esserne uscito illeso.
Ludovico Settala:
Professore di medicina all' università di Pavia
e di filosofia morale a Milano era uno degli uomini più autorevoli del
suo tempo. Purtroppo la sua fama, annota Manzoni nel XXXI capitolo, fu accresciuta
quando cooperò a torturare e bruciare come strega una povera infelice
sventurata, e fu invece messa in crisi quando , ormai quasi a ottant' anni,
cercava di convincere i milanesi dell' arrivo della peste in città; al
punto che coloro che lo trasportavano in carrozza riuscirono a malapena a salvarlo,
conducendolo in casa di amici per sottrarlo alla folla inferocita.
Ambrogio Spinola:
Ambrogio Spinola, governatore di Milano nel 1629-30, sostituisce
Don Gonzalo per portare a termine l' assedio a Casale Monferrato, e, come il
suo predecessore, si dimostra molto più preoccupato di conquistarsi fama
con la guerra che di governare con accortezza.
Infatti, per esempio, emanò
una grida in cui ordinava pubbliche feste per la nascita del principe Carlo,
primogenito del re di Spagna Filippo IV, il 18 novembre 1629, proprio mentre
il contagio incominciava a diffondersi; oppure mostrò ripetutamente indifferenza
nei confronti delle richieste di intervento da parte delle autorità milanesi.
Il 22 maggio 1630 due decurioni lo raggiunsero sul campo di battaglia, da cui
non si allontanò mai, per esporgli i problemi della città ormai
in preda alla peste e priva di risorse economiche per fronteggiarla, ottenendo
come risposta solo inconcludenti promesse.
Morì dopo pochi mesi, ammalato e amareggiato per i dispiaceri dovuti
anche all' ingratitudine degli spagnoli nei suoi confronti.