data pubblicazione: 20-08-2010
Se tradizionalmente l'estate per tanti è tempo di vacanze, di relax e di riposo, per la scuola è soprattutto tempo di bilanci. E' proprio nei mesi estivi, infatti, che si susseguono una dietro l'altra le pubblicazioni dei tanti risultati relativi a monitoraggi, rapporti, rilevazioni statistiche, molti dei quali sono lì a dirci ancora una volta, affondando il dito nella piaga, quanto preoccupante sia il gap presente tra i ragazzi a seconda del contesto ambientale o sociofamigliare di appartenenza. Qui non si tratta di voti più alti, di ragazzi più furbi o di professori di manica larga che fanno felice una parte d'Italia e ne fanno arrabbiare un'altra. Qui si tratta di condizionamenti sociali che impediscono a tanti giovani di spiccare il volo, di allontanarsi da certe situazioni compromettenti, di abbracciare nuove esperienze poiché rinchiusi in un medesimo orizzonte, accomunati da un unico vulnus che il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein benevolmente chiama «aria di famiglia». Basta leggere il «Rapporto di monitoraggio del dirittodovere all'istruzione» predisposto dall'Isfol (Istituto per lo sviluppo e la formazione professionale dei lavoratori) reso noto a fine luglio, per capire quanto preoccupante sia la situazione. E', infatti, ancora molto elevata la percentuale dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni, che abbandonano gli studi senza arrivare a conseguire alcun diploma. La maglia nera, naturalmente, appartiene al Sud. Non diversa l'analisi sul fronte delle vacanze.
Sempre le statistiche ci dicono, infatti, che i ragazzi appartenenti a classi sociali disagiate, concentrati in particolari sacche territoriali del nostro meridione, sono per un certo senso portati a vivere le vacanze, sempre che non si finisce nella rete della mala, davanti a un computer o a un televisore con console e playstation. Mentre i ragazzi appartenenti a famiglie più abbienti, territorialmente più presenti al CentroNord, dedicano parte delle loro vacanze a specifici percorsi formativi, frequentando le cosiddette «summer schools» (le scuole estive), ovvero vivono significative esperienze di vacanzestudio all'estero per imparare o per meglio approfondire lo studio della lingua straniera. In questo modo si mettono anche al riparo dal break estivo che potrebbe rivelarsi letale alle stesse esperienze di apprendimento vissute e accumulate a scuola durante il periodo scolastico. Sono situazioni diverse, ma anche in questo caso sono accompagnate da un unico denominatore: la maglia nera del nostro Sud. Molto grave risulta essere il peso sociale negativo che grava sui giovani in fatto di isolamento culturale causato anche da uno scarso approccio alla lettura.
Dall'ultimo rapporto Istat del 2009, infatti, emerge chiaramente che da noi i ragazzi (e non solo loro) leggono ancora troppo poco rispetto ai loro coetanei di altri paesi europei e, cosa ancor più preoccupante, sempre dal rapporto emerge in modo inconfutabile che la situazione è piuttosto critica in alcune regioni del Sud. Campania, Puglia, Calabria e Sicilia sono le regioni più esposte a queste osservazioni negative, (roba da paesi in via di sviluppo), mentre al Nord la situazione è nettamente migliore con una particolare segnalazione virtuosa per il NordEst (Friuli e TrentinoAlto Adige). Ora più che fermarmi ad analizzare l'aspetto sociologico, preferisco guardare i problemi da un lato prettamente culturale e cercare le motivazioni di fondo che alimentano certi errori. Innanzitutto ritengo di primaria importanza il ruolo dei genitori all'interno di una famiglia, vuoi per le scelte che vengono fatte, vuoi per l'impostazione che viene data al rapporto educativo, vuoi anche per la cura che si pone nell'indirizzare o nell'orientare il cammino di un ragazzo. Se la tecnologia oggi è un elemento di grande utilità e interesse, altrettanta considerazione deve essere riposta in ciò che tecnologico non è, ma che si rivela di gran lunga utile nel contribuire a far crescere i ragazzi in una società, come la nostra, fatta di relazioni e comunicazioni. E mi spiego. Da un'indagine a cura di «Baby Consumers e nuove tecnologie» risulta, ad esempio, che l'84% dei ragazzi tra gli 8 e i 15 anni possiede un telefonino scelto fra gli ultimi modelli offerto dal mercato.
Un mercato sempre pronto a offrire nuovi modelli pronti per essere rinnovati. Questo dato contribuisce a collocarci al secondo posto in Europa per possesso di cellulari. Indubbiamente il telefonino è un apparecchio che viene visto dai genitori come una grossa opportunità utile e necessaria per rintracciare i ragazzi in qualsiasi ora della giornata. E' un modo come un altro per stare continuamente vicini ai propri figli. E questo è «cosa buona e giusta ». Ma altrettanto «cosa buona e giusta» può rivelarsi l'opportunità di stimolare la partecipazione a iniziative culturali o di dedicare parte del tempo libero alla lettura di un buon libro. Il costo di un libro non è mai pari al costo di un cellulare ultimo modello. E non solo in termini economici. Per meglio rendere l'idea credo opportuno ricordare quanto detto da Jonathan Franzen, giovane scrittore statunitense, in una recente intervista rilasciata al «Sole 24 ore», dove invita i lettori a «resistere contro la bestia tecnoconsumistica ». Qui c'entra poco la classe sociale, perché è solo questione di scelte. I monaci medievali consideravano la lettura un atto di speranza e leggevano le opere per nutrire lo spirito «ad maiorem
Dei gloriam» (per la maggior gloria di Dio). I ragazzi, invece, che di spirito ne hanno fin troppo, vanno istruiti e indotti ad uscire da una vita senza più colore; vanno educati a superare, in un mondo globalizzato, lo strato di provincialismo che li comprime e li livella verso il basso; vanno aiutati a scoprire l'importanza di determinate occasioni di crescita per evitare di identificarsi con i nuovi modelli sociali che rasentano l'illegalità, ma che una certa cultura vorrebbe far passare per nuove finezze quali: la ricerca dell'eccesso, l'italica furbizia, la pochezza umana, la sottile sbruffonaggine. E si potrebbe continuare. Siamo alla vigilia del 150° anniversario dell'unità d'Italia. Ma siamo sicuri che l'Italia sotto questo aspetto sia unita? La speranza è anche quella di veder uscire tanti bravi giovani dalla palude dell'isolamento culturale dove, pur senza volerlo, rischiano di finire.
Corrado Sancilio
dirigente scolastico dell'Istituto
"Agostino Bassi" di Lodi